APPAGAMENTO: COME FARE SPAZIO ALLA GIOIA (Pubblicato in Percorsi Yoga, quaderni di yoga-YANI, gennaio 2023)

Santosha è una delle prescrizioni (Nyama) indicate tra le pratiche preliminari in alcuni testi classici dello yoga che espongono una pratica in otto fasi. James Mallinson, in Le radici dello yoga, traduce questo termine come appagamento (1), e lo stesso fanno Federico Squarcini (2) e E. Bryant (3) nelle loro traduzioni degli Yogasutra di Pātanjali. Il Pātanjalayogaśāstra 2.42 dice “Dall’appagamento si ottiene una felicità suprema”. Così è stato detto: “Il piacere che deriva dall’amore in questo mondo e il grande piacere che c’è nei regni divini non valgono la sedicesima parte della felicità che deriva dalla distruzione del desiderio” (4). Il filosofo Epitteto in uno dei suoi celebri aforismi ha detto “non spiegare la tua filosofia. Incarnala”. Se ascolto il corpo sento che un forte desiderio si manifesta  come una perdita di equilibrio, uno sradicamento, mi allontana dal momento presente e dal centro di gravità, dalla via indicata dalla colonna vertebrale, che ci insegna a radicarci ed a fiorire. Se riesco a non lasciarmi rapire dal desiderio ma lo osservo e lo lascio fluire mantenendo il contatto con la terra ed il respiro, affiora alla consapevolezza un profondo sentire corporeo di pienezza di espansione e posso osservare il moto del desiderio senza lasciarmi travolgere. Avrò la capacità di osservare le cose con occhi nuovi con una mente sgombra dalle aspettative: avrò la possibilità di meravigliarmi, di provare interesse per la vita in tutti suoi aspetti senza subire a livello corporeo l’imposizione un modello, di uno schema di movimento, o di un comportamento e di agire con consapevolezza. Riflettere su Santosha ci insegna anche come avvicinarci al corpo, accettandolo così com’è, con gratitudine e cautela, rispettando le sue possibilità e con moderazione. Dall’altro lato possiamo percorrere la strada inversa, partire dall’ascolto, dal corpo, accogliere i suoi messaggi e riceverne un senso di appagamento. L’ascolto profondo, l’accoglienza delle proprie emozioni, procura appagamento. La sensazione di stare bene, di non avere bisogno che di poche cose per essere felici: l’aria fresca e lo spazio intorno, un po’ di cibo, l’essenziale. Allora scopriamo che il corpo ha voglia di gioire, è “innocente” come amava dire Vanda Scaravelli. Il corpo esprime gioia in modo intuitivo, non verbale ovviamente, tattile, con un senso di espansione e di pienezza nel radicamento, quando riesce a far emergere  alla consapevolezza i suoi ritmi più profondi a farci sentire quella danza che riunisce tutte le sue parti insieme in un unica onda/pulsazione. A questo punto, se ci guardiamo intorno di nuovo e osserviamo semplicemente quello che è nella nostra stanza, ci meravigliamo delle piccole cose che sono accanto a noi, una pianta, un oggetto, abbiamo la sensazione di vederle per la prima volta nella loro bellezza, riusciamo a cogliere dei particolari mai visti, spesso affettivi. L’esperienza corporea rinnova e dà appagamento. Questo è il potere che nasce dall’esserci disfatti dell’abitudine, anche, per assurdo, ripercorrendo movimenti consueti, quasi rituali, ma nell’ascolto ogni volta nuovi. Vanda Scaravelli diceva che quando abbandoniamo lo sforzo di divenire e di trattenere, di aggrapparci a qualcosa per paura di perdere quello che abbiamo accumulato, allora iniziamo ad imparare veramente. Possiamo uscire dagli schemi senza paura di perderci. La vita non può mai essere rinchiusa in uno schema determinato in una stanca abitudine, vuole scorrere come l’acqua di un torrente. Quando lasciamo la vita scorrere sgorga la gioia. Così in un certo senso vedo Santosha come un movimento mentale che ci rende più leggeri più fluidi, appagati.

Questo è possibile grazie al lasciare andare i desideri, soprattutto il desiderio di riuscire che va di pari passo con la paura di fallire. “Con quella paura che nella vita ti sfugga qualcosa, finisci per perdere tutto, per mancare la Realtà (…)” dice Etty Hillesum nel suo Diario (5). Vanda non ha mai nominato specificatamente il concetto di Santosha, ma spesso parlava di ‘allegrezza’, una condizione dell’animo che porta alla resilienza ed a lasciare andare quello che non ci serve più. Così scrive nel suo libro: “…l’arte dello yoga implica un severo rigore ma allo stesso tempo, una gaiezza vissuta ogni giorno. Gli italiani la chiamano allegrezza, cioè allegria, vivacità, un concetto che troviamo anche nella Bibbia espresso da San Paolo:” E qualunque cosa facciate, fatela con animo”(6). Il senso di appagamento è già presente in noi da sempre perché ha un filo diretto con la gioia, è il suo campanellino. A volte nella pratica nasce la sensazione di essere amati, di essere sostenuti da invisibili grandi braccia amorevoli. L’appagamento riguarda il nutrimento, il materno, la pienezza. Santosha non dipende dalle condizioni materiali, dipende solo dall’amore che sgorga dal profondo come una sorgente fresca e inesauribile. Appagamento non vuol dire inerzia, pesantezza, ma deve portare ad impegnarci per i valori in cui crediamo senza attaccamento ai frutti dell’azione e senza la paura di fallire. Santosha non si può ottenere con la volontà, non può nascere dalla repressione del desiderio, non è una maschera sorridente che posso indossare per coprire l’ ambizione e l’avidità, non è nemmeno una forma di mortificazione o privazione che per assurdo diventerebbe essa stessa un forte desiderio di dominio e controllo sulle pulsioni più profonde.  Bisogna riconoscere onestamente quello che si manifesta dentro di noi, e saper aspettare, non voler accelerare i tempi, sapere che la crescita di un senso di stabilità ed appagamento viene da un processo complesso e non lineare. A volte mi  piace ricordare  le parole di Amleto – “potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e sentirmi re dello spazio infinito” e fermarmi qui, rimanere qui e sprofondare in questa sensazione. Ma la frase di Amleto continua: “se non fosse che faccio brutti sogni” (7).Non possiamo cancellare i brutti sogni con la volontà ma possiamo mettere in moto un processo di guarigione attraverso la pratica costante. E’ come un fiore, una pianta che si svilupperà dal seme, rimanendo in contatto con la terra, l’acqua, il sole. Posso invitare questa sensazione di appagamento a rimanere un po’ di più con me ogni volta che la riconosco tra tante, con gratitudine. Santosha ci porta a migliorare senza sforzo accettando quello che c’è, anche i “brutti sogni”, per poter partire da dove siamo realmente nella nostra pratica sapendo che ogni cosa cambia e si trasforma e che, se saremo nel fluire, ci sorprenderemo sempre ed impareremo. Santosha vuol dire anche saper misurare le proprie risorse, saper modulare la propria forza per non nuocere a noi stessi ed agli altri esseri, sapersi fermare. Un antico racconto cinese parla di un principe  che volle stabilire chi nel suo regno fosse il più forte. Arrivarono molti giovani concorrenti capaci di sollevare pesi enormi, poi per ultimo arrivò l’uomo che aveva la fama di essere il più forte del regno, e ne diede infatti dimostrazione. Portava con sé  anche una piccola scatola di lacca rossa. Quando il principe gli chiese che cosa contenesse, il concorrente l’aprì ed estrasse una bellissima farfalla multicolore, tenendo le sue ali tra le dita. L’uomo disse al principe ”questa forza delicata e sottile è la più grande, riesco a tenere la farfalla per le ali senza danneggiarla”.  Aprì le dita e la farfalla volò lontano. Nella tradizione dell’ Hatha Yoga si propongono spesso pratiche che si associano  ad uno sforzo fisico, ad un esercizio intenso. Vanda Scaravelli ha insegnato invece a praticare con assiduità ma senza sforzo, ci ha insegnato ad essere gentili con il nostro corpo, a diventarne amici, ad aspettare che attraverso il contatto con la gravità e una relazione aperta e libera con il respiro sia il corpo ad entrare in sintonia con “questa inspiegabile interconnessione cosmica di movimenti dinamici che obbedisce alla forza di gravità….”(8). Sviluppando energia e leggerezza, in contatto con le forze che sostengono la nostra vita, in armonia con il respiro dell’Universo, sapremo quanta delicatezza è necessaria per guardare in profondità, per lasciare andare quello di cui non abbiamo bisogno. Il nostro percorso nello yoga rimane profondamente personale ed intimo, ma inevitabilmente prima o poi ci renderemo conto dell’interdipendenza che caratterizza la Vita e di quanto siamo collegati a tutti gli esseri che abitano il pianeta. “Interessere” è il termine usato dal Thich Nhat Hanh, per dire che siamo solo un filo di un unico tessuto, ognuno di noi è interconnesso a tutto ciò che esiste e la sua vita non può esistere separatamente dal tutto. Allora vivere Santosha, ascoltare attentamente i nostri desideri e riconoscere quanto siamo condizionati, ci porterà anche a capire quanto le nostre scelte quotidiane possono incidere sull’equilibrio del nostro ecosistema, e rimanere in armonia con  questa  bellissima danza della Vita, in cui non siamo affatto al centro, ma solo una piccola parte, uno dei tanti. La Vita è rigogliosa e abbondante, e desiderare è sano, fa parte di noi non dobbiamo temere di appagare un desiderio, ma dobbiamo farlo ‘respirando’, ricevendo un dono e restituendolo,  come fanno gli alberi respirano con noi restituendoci ossigeno. Riflettere sul concetto di appagamento fa emergere inevitabilmente non solo un senso di responsabilità sociale verso i nostri simili ma allarga questa responsabilità a tutti gli ecosistemi viventi di questo pianeta. Lo sapevano bene i popoli Nativi Americani che quando cacciavano si limitavano a quello serviva al loro popolo senza intaccare la possibilità di sopravvivenza delle altre specie. Dobbiamo ritrovare il loro sguardo, i nativi vedevano il pianeta come un unico essere vivente sacro.

NOTE:

  1. J. Mallinson e M. Singleton, Le radici dello yoga, Roma  2019, p. 110
  2. Patanjali, Yogasutra, a cura di F. Squarcini, Torino, 2015 
  3. Pātanjali,Yogasutra, II32, a cura di E. Bryant, Roma, 2019
  4. J. Mallinson e M. Singleton, cit. p.110, che riporta anche quanto citato da Vyāsa.

(5) E. Hillesum, Diario, Milano, 1985, p.71-72

(6) V. Scaravelli, Tra terra e cielo, Roma, 2014, p.20

(7) W. Shakespeare, Amleto

(8) V. Scaravelli, Tra terra e cielo, Roma, 2014, p.116